Mimì Cafiero

Parenti, 1959
Ilisso-Rubbettino, 2006

Il romanzo – veloce, dai dialoghi che sembrano stenografati dal vero – scandaglia i vizi e le vanità d’una chiusa provincia calabrese. È ambientato in un’inedita Reggio Calabria degli anni immediatamente seguenti all’avvento del fascismo, e trae spunto da un fatto di sangue realmente accaduto e rimasto famoso come il “delitto del cieco”. All’interno di una fosca trama da libro giallo: Mimì Cafiero, piccolo proprietario terriero, ammalato di gallismo e di malavita, la cui unica preoccupazione è quella di trovare una donna con cui andare a letto o di vendicarsi di un torto; Peppino Zuccalà, impiegato di concetto, suo amico-rivale; Lina, ragazza di paese rassegnata a un destino avverso contro cui infine si rivolta; Ciccio, il fratellastro-servo mezzo uomo e mezzo animale, danno vita a un intreccio avvincente, specchio di un variegato universo di costumi.

Mimì Cafiero è un romanzo che sarebbe piaciuto a Vitaliano Brancati; e che dimostra ancora una volta la vitalità di quel filone meridionale e verghiano che rappresenta uno dei più cospicui patrimoni della nostra narrativa moderna.